Non posso quindi che tornare a qualche giorno fa, all’installazione nell’atrio di palazzo reale con la strana opera di Papetti. Tre tele cilindriche (o meglio a leggera spirale per permettere allo spettatore di entrare) che proiettano in altrettanti mondi: vento, acqua e foresta.

Elementi naturali evocati in mezzo alla città, la cui regolatrice invadenza è stata contenuta e schermata da un tendone scuro, oltre che dalla magia del retro delle inusuali tele.
Chi vi entra, varca una soglia tangibile, che sospende per un poco il senso di metropolitana appartenenza (o alienazione).
Mi sovviene ora quanto ciò costituisca un processo tutto sommato opposto a quello che in valle tentavo: lì in mezzo alla natura ricercavo stralci di ambienti e luoghi che sapessero di città,con la sete di concerti e mostre.
E così mentre a Milano tra strade e infiniti volti trovo ciò che la mia immaginazione dipingeva, in quei tre cilindri si raccolgono in veste onirica dei luoghi spesso vissuti dai miei occhi, senza il filtro del pittore.
Non so se abbia seguito il percorso previsto, né se ne esista uno. Ma dei sei possibili, il mio ha portato ad una graduale separazione di prospettiva dall’autore: nella foresta non c’era nulla. Nel vento, una creatura troppo insostanziale da poter essere considerata univocamente estranea... o tantomeno familiare. Nell’acqua invece tanti volti e corpi ben definiti. E con note ostili.
Oltre, di nuovo, la città.

Ieri, dopo una piccola mostra di legature al castello, di cui ricordo solo un'aldina delle opere di Virgilio (500 anni e non sentirli), e l'ultimo giorno utile per una collezione di pazzi inglesi al PAC, ho portato i miei sandali fino al Duomo, con lunga pausa sulle note di un ragazzo che con chitarra e voce animava San Babila. La città è palazzi e strade. Le mostre posson essere arte nei palazzi. Ma nella strada, c'era lui.
